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SERMONI

Non perch'io speri...
ma canto sol per isfogar la mente.

Dante

Hoc erat experto frustra Varone Atacino,
atque quibusdam diis melius quod scribere possem.

Horat.


SERMONE PRIMO

A GIO.BATTA PAGANI

Perché, Pagani, de l'assente Am[ico]
non immemore vivi, il Ciel ti serbi
sano, e celibe sempre: or breve al tuo
di me benigno interrogar rispondo.
Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra
non chiegga di Galen: men sano alquanto
il frammento di Giove; e non è rado
che a purgar quei due morbi ira ed amore
o la febbre d'onor mi giovin l'erbe
de l'orto Epicureo. Che se mi chiedi
a che l'ingegno giovinetto educhi
non a cercar come si possa in campo
mandar più vivi a Dite; o con la forza
del robusto cerebro ad un volere
ridur le mille volontà del volgo,
e i feroci domar: ma freno imporre
a gl'indocili versi, e i miei pensieri
chiuder con certo piè, questa è la febbre,
di cui virtù di farmaco, o di voto
non ho speranza che sanar mi possa.
Pensier null'altro io m'ebbi in fin dal tempo
che a me tremante il precettor severo
segnava l'arte, onde in parole molte
poco senso si chiuda; ed io vestita
la gonna di Volunnia, al figlio irato
persuadea coi gonfi sillogismi
ch' umil tornasse disarmato in Roma,
allor sol degno del materno amplesso.
Me da la palla spesso, e da le noci
chiamava Euterpe al pollice percosso
undici volte; né giammai di verga
mi rosseggiò la man, perché di Flacco
recitar non sapessi i vaghi scherzi,
o le gare di Mopso, o quel dolente:
«Voi che ascoltate in rime sparse il suono».
Ed or di pel già sparso il mento, e quasi
fra i Coscritti censito in quella mente
vivo, e quant'ozio il fato, e i tempi iniqui
a me concederanno, ho stabilito
consecrarlo a le Muse. Or come il mio
furor difenda, o dolce amico, ascolta.
Il savio è re libero bello e Giove,
Zenon barbato insegna. Or perché pari
temeaci a lui quel buon figliuol di Rea
temprò di molta insania il foco dio,
onde il Deucalionèo selce s'informa.
Quindi brama talun che dal suo muro
pendan avi dipinti; altri che a lui
ridan da l'arca impenetrabil molti
Cesari fulvi; altri a l'avita Pale
nato in capanna umil vorria la veste
sporcar d'oro pretorio. Odi quest'altro:
Oh! s'io posso il palazzo alzar sul fumo
de l'umile vicino, e nel mio tetto
entrar da quattro porte! E quei che tenta
eccelsi fatti, onde il lontan nipote
di lui favelli, e seminar s'affanna
ciò che raccolga ne la tomba; e sano
direm colui, che di precetti spera
far sano il mondo? A me, più mite forse,
Giove impose il far versi. A che la mente
di sì bella follia purgar mi curo,
onde ad altra nocente e men soave
dare il voto cerebro e il docil petto?
Or ti dirò perché piuttosto io scelga
notar la plebe con sermon pedestre,
che far soggetto ai numeri sonanti
detti e gesta d'Eroi. Fatti e costumi
altri da quel ch'io veggio a me ritrosa
nega esprimer Talia. Che se propongo
dir Penelope fida, e il letto intatto
de l'aspettato Ulisse, ecco alla mente
Lidia m'occorre, che di frutti estrani
feconda l'orto del marito, cui
non Ilio pertinace, o il vento avverso
ma il prego mattutino, o l'affrettata
visita dell'amica, o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
de l'erede non suo. Se i fatti egregi
tento di Cincinnato, e il glorioso
ferro alternato a la callosa mano:
o i legati di Pirro innanzi al duro
mangiator del magnanimo legume,
o i miti fasci... al fervido pensiero
mi si attraversa Ubaldo, il qual pur jeri
pitocco, oggi pretor, poco si stima
minor di Giove, e spaventar mi crede
con la novella maestà del guardo.
Che se dirai che di famose gesta
non men che al tempo di quei sommi antiqui
abbonda il Secol nostro; io ti rispondo:
che non ho voce onde a cantare io vaglia
le battaglie, e le paci, e i rinnovati
fra noi Greci, e Quiriti, e quella cieca
famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
la troppo lunga in pria strada di Lete.



SERMONE SECONDO

PANEGIRICO DI TRIMALCIONE

Poi che sdegnato dai patrizj deschi
partissi Como, ed a la sua nemica
Temperanza diè loco, a nove mense
Bacco recando e la seguace gioja
e i rari augelli, e i preziosi parti
de la greggia di Proteo, e i macri servi
del biondo Nume, io del bel numer uno
a la tua ricca mensa, o generoso
Trimalcion[e] lo seguo, e a l'affollata
cena il mio ventre, e la mia lira aggiungo.
Ma che dirò che dal tuo divo ingegno
merti plauso indulgente? Ed al conviva
faccia dal caro piatto ergere il grifo,
e strappi un bravo al qual confuso e rotto
contenda il varco l'occupata bocca?
Cui di tuo cor l'altezza, e di tua mente
non è conto l'acume? E l'infinito
favor di Pluto, e i greggi, e i lati campi,
che apprestavano un tempo al cocollato
figliuol di Benedetto e di Bernardo
gli squisiti digiuni? lo de' tuoi pregi
il men noto finor, forse il più grande
farò soggetto al canto. Io di tua stirpe
porrò in luce i gran fasti, e torrò il velo
a le origini auguste, a cui non giunse
occhio profano mai, siccome un tempo
negava il Nil le mistiche sorgenti
al curioso adorator d'Osiri.
L'origin dunque, gl'incrementi, e i casi
dimmi, immortal Camena, onde l'egregio
Trimalcion da l'occupata mente
di Giove, e da l'inglorio ozio del Caos
venne all'onor de la beata mensa.
A quel che primo a me rammenta Euterpe
piacquer l'armi eleusine, e la divina
gloria del campo: come un tempo è fama
che profugo dal ciel di Giove il padre
col ferro il grembo conjugal fendesse
de la gran madre de gli Dei Tellure.
Ma il pacifico solco, e le modeste
arti del padre fastidì l'ardente
spirto del figlio; e salutato il tetto,
ed il natal suo regno, andò cercando
novo campo d'onor sott'altro Cielo.
Quei che da Troja fuggitivo, e spinto
da l'iniqua Giunon tanti anni corse
ver la fuggente Italia, ov'ebbe alfine
l'impero, e il tempio, e di Maron la tromba
taccia innanzi a costui, ch'esule, inerme
sempre in guerra con Pluto, in terre estrane
portò su le pie spalle i Lari algenti.
Taccio Creusa, e l'infelice Elissa.
Né a tua gran gente aggiungerò l'immenso
stuol dei piccioli Ascanj, ond'egli accrebbe
le discorse Città. Te sol rammento,
vergin bella e pudica, unico frutto
di stabile imeneo; te che sdegnasti
giunger tua destra a mortal destra, e il divo
nome sacro de' tuoi cedere al nome
di terrestre marito. Ohimé! recisa
dunque è l'augusta pianta! Or dove sono
gli sperati nipoti, ed il promesso
trimalcione? E tu il comporti, o Giove?
Ma che favello io stolto? Ecco, oh stupore!
sotto la zona verginal, che appesa
al profano sacello Amor non vide,
crescer l'intatto grembo; e viva e vera
uscirne al Mondo l'insperata prole.
Di qual semenza, di qual gente assai
fu contesa fra il volgo. A me dal volgo
tratto in disparte, la fatal cortina
rimove Apollo, ove i gran fatti ei cela.
E m'accenna col dito il ferreo Marte,
che in remota selvetta il santo rito
d'ilia rinnova, e l'atterrita virgo,
che per fuggir s'affanna, rispingendo
l'istante nume, e fassi invano usbergo
le inviolate bende, e scoter tenta
il futuro Quirin, che il destinato
alvo ricerca, e il puro seggio occupa;
e Amor, che sorridendo i rami affolta,
ed intricando i pronubi virgulti
fa siepe intorno, e la facella ammorza,
perché maligno non penetri il guardo.
Tanta a gli Dei di sì gran gente è cura!
Né il sangue avito, ed il natal divino
smentì il marzio fanciullo; anzi l'antico
padre emulando dei rettor del Mondo
sparse il fraterno sangue, e quanti e quali
entro il solco fatal Romolo accolse
volle compagni al fianco. Oh! qual s'avanza
d'amore esempio, e di gentili studi
nobilissima coppia? Io vi saluto
chiari gemelli, onde la fama è vinta
del prisco ovo di Leda: e te cui piacque
impor cavalli al cocchio: e te che amasti
nei fori, e ne le vie sacre a Diana
scagliar pietre volanti, ed incombente
corpo atterrar di poderoso atleta.
Che più vi resta? Alti nel ciel locarvi
fra il Cancro ardente, e il rapitor d'Europa,
raggio invocato ai pallidi nocchieri,
e accoglier miti con sereno volto
da le salvate prore inni votivi.
Spesso Saturnio e il popol suo degnaro,
velato intorno di mortal sembianza
l'inostensibil Dio scender dal Cielo
a popolar la terra. Il sa d'Acrisio
la invan triplice torre: il sa la bella
Sicula piaggia che mirò presente
l'amante Pluto, e vide il puro Cielo
contaminato d'infernal tenèbra
ed immonda favilla, e allividite
l'erbe, e i fior pesti da l'ugne fuggenti
dei corsieri d'Averno, e i chiari fonti
arsi al passar de le roventi rote.
Né pochi eroi di sempiterno seme
creati, o di divin concepimento
vanta l'evo primier; ma poi che mista,
e adulterata di mortal semenza
cresce la stirpe, ne la turba immensa
dei morituri si confonde; e accusa
la comun pasta del Giapezio loto.
Non così l'alta stirpe onde cantiamo,
Muse figlie di Giove; anzi dal suolo
poggia a le sfere e per sublimi gradi
de' semidei terrestri ascende ai Numi
che un Dio ben è colui che segue, al pari
del facondo Cillenio abil Messaggio
di nunzj arcani, e con giocoso furto
al par destro a celar quanto gli piacque.
Quale stupor se a tanto senno, a tanta
virtù mercede infami ceppi e dira
croce donar di Pirra i ciechi figli!
O degnato abitar l'ingrata terra,
perché, divo immortal, perché patisti
sì ratto esserci tolto? Oh! se a la nostra
età più saggia eri servato, allora
che i primi fasci a noi recò Sofia,
te gran lator di leggi, e del comune
dritto tutor sui clamorosi scanni
mirato avria lo stupefatto volgo.
Or m'aprite Elicona, o Dee sorelle,
abitatrici dell'Olimpia rocca,
che alta la cima in fra le nubi asconde,
ov'io poeta or salgo. E qual di voi
tant'alto il canto mio sciorrà, ch'io vaglia
con degno verso celebrar, se tanto
lice a lingua mortal, de l'arbor sacro
l'estreme frondi, onde il gran frutto è nato,
ch'io qui presente adoro. Ei l'arti vostre
seguir degnossi, e il nome suo risplende
ne gli annali di Pindo. Ei sol potea
cantar se stesso; io le famose gesta
di tenue Musa adombrerò, qual posso.
E certo al nascer suo l'acuto ingegno
invase auspice Febo. Ospite muro,
né certa patria a lui concesse il fato,
ned altro avea del suo fuor che la lira.
Tal che il sommo poeta, ohimé vergogna!
fu costretto a varcar le iberne cime,
e in man recando la frassinea cetra,
ed il Dircèo turcasso, andò gli orecchi
a lusingar de gli unguentati Eroi,
e del Mavorzio mercator britanno.
Poi che la sorte e l'onorate prove
di Guerrino ei cantava, e i detti alteri,
gl'incantati palagi, e l'aste infrante,
gli arcion vuotati, e le guerriere vergini
dei convivi d'Artus. Né tu, ch'io creda,
a contesa verrai, benché ti vanti
secondo ad Alighier, primo ad ogn'altro,
Eridanio cantore. I merti e l'opre
di quella tacerò che a lui fu sposa,
madre a Trimalcion. Che non se cento
bocche, e voce di bronzo in petto avessi,
potrei dir tanto che il soggetto adegui.
Sol questo io canterò, ch'Ella fu prima
di Venere ministra e de' suoi doni
larga dispensatrice; e se null'altra
luce di padri, e nobiltà di sangue
ell'avesse quaggiù, ciò fora assai
per collocarla in fra l'eccelse dame.
Or chi m'apre il futuro! Oh qual vegg'io
schiera d'eroi non nati! Ecco togati
vindici de le leggi, e d'oro aspersi
correttori di popoli. Tremate,
barbare madri: ecco i guerrier di Marte.
Oh quanto sangue a voi sovrasta! Oh quanto
pianger pei figlj in stranio suol sepolti!
Ma dove siamo, o Febo? Io te sì ratto
seguia con l'ale del pensier su l'alte
cime di Pindo, che sul desco adorno
il fagian si raffredda, ed il valletto
toglier l'onor già de la mensa anela;
e me a l'usato ufizio, e al lavor dolce
chiama il rinato lamentar del ventre.



SERMONE TERZO

[DELLA POESIA]

Se alcun da furia d'irritato nervo,
o da grave Ciprigna, o da loquace
tosse dannato a l'odiosa coltre
me sanator volesse, il poverello,
cred'io, n'andrebbe a giudicar se vera
d'aristippo, o di Plato è la sentenza.
venga un altro, e mi dica: Il mal vicino
deviò l'acqua dal mio fondo: a lui
vo' mover piato, e mio legal t'eleggo.
Fingi che posto il trito Flacco, io tenti
con l'inesperta man scotere il dritto
fuor de la polve de l'enorme Baldo.
Che fia? Con danno il misero cliente,
io con vergogna, fuggirem dal foro
molto ridendo l'avversario e Temi.
Or d'onde è mai che il medico e il perito
di legge osi far versi? Anzi non sia
chi, dotto appena ad allogare un tempo
le sparse membra di Maron, che a lui
disgiunse ad arte il precettor, non creda
poter quando che voglia esser poeta?
Nulla di questo appar più lieve: eppure
tal vinse acri nemici, e tenne il morso
a genti ardite, che domar non seppe
i numeri ritrosi: ed io conosco
di questa plebe indocile i tumulti.
Tu, di cui su quel carme io leggo il nome,
se onesto interrogar non è conteso,
dimmi, sei tu poeta? -- Il ciel mi guardi.
-- Perché dunque far versi? -- A le preghiere
e a lo sponsal solenne di un amico
quattro versi negar come potea?
E sai che a figlia d'incolpato padre
non è minor vergogna al santo giuro
senza un Sonetto andar, che se indotata
porti a l'amaro conjugal piattello
la man rapace, e l'affamato ventre.
-- Amico tal non crederei che possa
vantar l'antica età: poi che se Oreste,
quando le Dire aveangli guasto il senno,
a quel suo fido d'amicizia specchio
detto avesse: Fa versi; io non saprei
se quel Pilade saggio avria potuto
al matto amico compiacer. Ma dimmi:
se per nuovo pensier questo marito
sì t'avesse parlato: Io bramo, o caro,
che la mia Betta, o Maddalena, o quale
ch'ella si sia, come conviensi a sposa,
esca in publico ornata; ond'io ti prego
che tu con le tue man, se non ti grava,
a lei la vesta nuzial lavori:
che detto avresti? -- A le lattughe, e ai bagni
io mandato l'avrei, con tanta fune,
quanta al più pingue figlio di Francesco
cinger potria l'incastigato addome.
Che se avessi obbedito, a me tal pena
non converrebbe? Un che sartor non sia
se la rapace forbice e le spille
osa trattar con le profane dita,
stolto nol dici? -- E chi non è poeta,
Se mai fa versi, con che nomi il chiami?
O cucir drappi è più difficil opra
che concluder poemi? A te vergogna
sarà, se donna in publico apparisca
abbigliata da te, sì che i fanciulli
petulanti del trivio a lei d'intorno
scaglin, gridando, i mozzi pomi, e l'altre
sante reliquie de la samia cena:
ma onor sarà, quando a l'udir tue rime
vanno in fuga le muse, e al casto orecchio
de l'indice vocal si fanno scudo?
Io non dirò, come vantar da molti
con riso udii, che l'arte del poeta
sia necessaria e sacra. A l'arte prima
che dal sen de la terra a trarre insegna
onde il Mondo si nutra; a quella, ond'hanno
freno i ribaldi e sicurezza i buoni,
tanto nome si dia. Ciò solo affermo,
che un'arte ell'è, qual ch'ella siasi, un'arte.
Or quale è mai scienza, o disciplina
tanto volgar, che da sé stessa informi
non sudato cerebro? Eppur non manca
chi fogli empia di versi, onde la mente
riposar da le pubbliche faccende,
e dai privati affari, e per sollievo
canti amori, o battaglie, o lei che meglio
suol gorgheggiar da l'alta scena, o quella,
che sa dir con le gambe: idolo mio.
Quando su l'orme de l'immenso Flacco
con italico piè correr solevi,
o de' potenti maledir l'orgoglio,
divo Parin, fama è che spesso a l'ugne
e al crin mentito, ed a la calva nuca
facessi oltraggio. Indi è che dopo cento
e cento lustri il postero fanciullo,
con balba cantilena, al pedagogo
reciterà: Torna a fiorir la rosa.
Ma Labeon al truce pedagogo
trattar la verga non farà, né Codro
al putto ignavo ruberà la cena.
La ruota, i serpi, e la forata secchia,
o Pluto a quel che col dannoso acume
primo il tipo scoverse. A lui di quanti
versi in onta d'Apollo uscir da quella
sua macchina fatal, rogo si faccia
d'eterne fiamme; e per maggior tormento,
stretto a leggerli sia. Che asciutto ancora
su le carte Febèe non è l'inchiostro,
che al torchio illustrator vanno. Ed omai
tante fronde l'Aprile, e tanti sofi
l'europa oggi non ha, né tante leggi
già in venti lune partorì l'invitto
senno e polmon degl'insubri Licurghi,
quanti ogni dì veggo apparir poemi.
Quando poi da lo scrigno, e da le miti
orecchie de gli amici al banco aperto
de l'avaro librar passano i versi,
e a le mani del volgo, a cui non lice
dannar Flacco e Maron, laudar Pantilio,
e al crin di Mevio decretar corona?
Che dirò dei teatri? O sii tu servo,
o duro fabbro, o venda in sui quadrivi
castagne al volgo, un quarto di filippo
ti fa Visco e Quintilio; entra e decidi.
Mentre Emon si spolmona, e il crudo padre
alto minaccia, o la viril sua fiamma
ad Antigone svela, o con l'armata
destra l'infame reggia, e il Cielo accenna
odi sclamar dai palchi: Oh duri versi!
oh duro amante! Dal suo fero labbro
un ben mio non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megacle ed Aristea,
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima
primo signor de l'italo coturno?
Te ad imparar come si faccia il verso
da gl'itali Aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le ausonie scene
or giganteggia. Al destro piè si calza
l'alto coturno, e l'umil socco al manco;
quindi va zoppicando; informe al volto
maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
spettatore ei si mostra, alzarsi ascolto
di voci e palme un suon, che per le cave
volte romoreggiando, i lati fianchi
scote al teatro, e fa ristar per via
maravigliato il passaggier notturno.
Io, perché de la plebe il grido insano
non mi fieda l'orecchio, in questa cella
mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri
quanti con l'occhio annoverar tu possa.
Che se alcuno è tra lor che ponga in mostra
maldigesta dottrina, o versi inetti
nel vimine ibernal presso al camino,
O in loco va che nel purgato verso
nega pudica rammentar Talia.



AMORE A DELIA

SCIOLTI DI ALESSANDO MANZONI

Amore a Delia. A te non noto ancora,
se non di nome io vengo, io quel di Cipri
fra gli Uomini, e gli Dei fanciul famoso;
dubbio innoltrando il piè, che già due lustri
da queste stanze ad altre sedi io trassi,
quando la Madre tua savia divenne,
e cessò d'esser bella. Or riconosco
de' miei trionfi i monumenti; or veggio
il fido letto, ch'io nel dì lucente,
la notte il Sonno Conjugal calcava,
e or sola, dopo il sibilar di molte
preci, e molto sbadiglio, in sulla sera
l'accoglie. Imen vuol, che dapprima i suoi
seguaci il sonno abbian comune, e il cibo
indi fuor che la mensa a parte il tutto.
Qui gli sdegni, le tregue, indi le paci,
indi novelli sdegni, e nove paci
lungo tempo alternati ad arte usai.
In questa sedia or per età vetusta
cader lasciossi da gelosa rabbia
oppressa a un tratto, i languidi chiudendo
occhi, scomposta il crin, madido il fronte
di sudor fredda; il natural rossore
abbandonolle il volto, e sol restovvi
l'imposta rosa; l'innocente lino
provò la ingiuria de l'acuto dente.
Qui l'immaturo Giovane inesperto
modesta accolse in pria, che dopo lungo
conversar con Minerva, e con le Muse
a te pur venne alfin pieno la mente
di sermon Lazio, e di raccolti dommi.
Qui si sdegnò dell'ardir suo, qui ruppe
un nascente sorriso, qui compose
a matronal severitade il guardo;
e con la dotta man compose il velo
in modo tal che ne apparisse il seno.
Placossi alfin; più debolmente alfine
l'audace man respinse; l'ostinata
garrula voce infievolissi, e tacque;
e con un guardo di sdegno, e d'amore
parea dicesse: A te do in sacrificio
mia virtù novilustre; e stanca ormai
di sonanti virili ispidi nei
anco sentì sollecitarsi il volto
da la molle lanugine cedente,
che ancor la mano del tonsor non seppe.
Ma quali veggio a le pareti appese
nove immagini, tetri simulacri
d'occhi incavati, e di compunti visi?
Oh strano cangiamento! or finta in tela
la penitente grotta di Marsiglia
sostiene il chiodo, onde pendea dipinto
il Latmio bosco, e la Vulcania rete.
Addio pertanto, o meste stanze! a voi
ritornerò quando novella Nuora
venga a mutar le imagini, e gli arredi;
e dato esiglio a le canute chierche,
i bei tumulti, e i giochi, e me richiami
e la letizia, di giocondi Amici
popolando la casa del Marito.
Già i Parenti, e i congiunti, e i fidi Amici
van disegnando ne lo stuol crescente
di tè degno, e di lor Genero, cui
nuova cura di pubbliche faccende
e veste di Pretorio oro insignita
faccia illustre, o i non ben dimenticati
con l'arse pergamene, e con le rase
da l'alte porte, e dai lucenti cocchi
mistiche insegne, titoli vetusti.
Ben nel mio Regno inviolata io serbo
egualitade; io spesso anche al sublime
talamo esalto del Signor beato
il rude Servo, a lui per indomata
fedeltade, e destrezza, e pronto ingegno,
e a la sposa di lui per giovanili
membra caro, e per inguine possente.
Anco avran cura, a cui rivestan molti
le Briantee colline arsi racemi
onor d'Insubri mense; e molti buoi
rompan le pingui Lodigiane glebe;
e chiomate cavalle, e quel che il latte
dona armento minor, pascan gli acquosi
immensi prati, onde lo sguardo è vinto.
Perché tai cure oggi al giurato altare
conducano i Garzoni, e le volenti
donzelle, ascolta. Acerba lite un giorno
ebbi con Pluto; ei per vendetta Imene
d'una catena d'or tutto ricinse,
e lo trasse con seco, e sel fe' schiavo.
Me il favor de l'eteme ali aveva tolto
a sue ricerche. Egli al Sacrato patto
solo presieder volle. Io con la stessa
catena ambo gli avvinsi, e Donno, e servo
sottoposi a mia legge. Indi ei sovente
a viso aperto, e con mentite forme
in mio favor combatte. Ei nelle ricche
officine s'innoltra, e di lucente
crisolito, o di limpido adamante
in aureo anello, o di gemmata cifra,
quasi Proteo novel prende l'aspetto.
Come talor quel che non fecer preghi,
e sospiri, e bellezza, egli m'ottenne!
E spesso ne tuguri anco il condussi
col villeggiante Cittadin, che sazio
di profumate mogli, ebbe disio
di Venere silvestre, ivi la dura
per più Lune ad un sol serbata fede
ruppe il fulgor del magico metallo.
Così dopo gran pugna il buono Atlante
a lo scudo fatal toglieva il velo,
ricorso estremo ne le dubbie cose;
e abbagliati i cavalli, e i cavallieri
facendo a gli occhi de la destra schermo
lasciate l'arme al suol, cadean prostesi,
abbandonando l'ostinato arcione.
Già intomo a te molta oziosa turba
di Giovani s'aggira, e parte, e toma,
come a rosa sbucciante in sul mattino
ronzanti pecchie. Altri agli esperti inchini
e a le accorte parole assai più grato
ti fia degli altri tutti; a cui matura
gioventute le gote orna di folta
gemina striscia, che il cammin del mento
segna all'orecchio. Ah fuggi incauta il troppo
dolce periglio. Egli ne miei misteri
già troppo è dotto, ei sa l'ore diverse,
che al Castaldo, ed al Tempio, ed a Licori
sacre ha più d'un Marito; ei le secrete
non da profano piè trite conosce
anguste scale, onde ai beati vassi
aditi delle mogli mattutine.
Ivi è Signor, fin che di nuovo giunto
seguace di Gradivo indi nol cacci,
che dall'Alpi a bear venne la ricca
di messi Insubria, e d'Uomini sinceri;
senza cura, o timor, che il mal mentito
guascone inviso accento, onde cotanto
il fine orecchio Parigin s'offende,
i titoli smentisca, e l'ampie case
che in Lutezia ei possiede, e le cagioni
ond'ei di Marte le abbonite insegne
prima seguì, per evitar la cieca
famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
la troppo lunga in pria strada di Lete.
E la curva strisciante in su le selci
stridula scimitarra in rilucente
breve spadina, ed il calzar ferrato
in nitida calzetta, che il colore
agguaglia delle perle, onde Amfitrite
il sen s'adoma, e la stillante treccia;
cangiò, come a me piacque, e a l'alma Pace.
Quei de' mutati sguardi, e del rivolto
viso intende il linguaggio, e si ritira
quasi Marito, ma nel cor fremendo.
E cangiato sentier, giù per le late
scale vien saltellando, e per le vie
cercando va col curioso sguardo,
qual fra le Case abbandonata Moglie
rinchiuda; ed anco da maligno Genio
spinto, alle incaute vergini s'appiglia
a lor tentando il cor, non senza qualche
sguardo alla Madre, e alla fedele ancella.

EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Tutte le poesie, 1797-1872", a cura di Gilberto Lonardi e Paola Azzolini, Marsilio editore, Venezia, 1992







 

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